domenica 4 agosto 2013

18ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ciò che colpisce nell’uomo ricco e avido presentatoci da Gesù è la sua solitudine. Nessuno è così solo come quell’uomo che è circondato e quasi soffocato dai suoi beni. Lo vediamo a colloquio con le cifre. La sua voce ha il suono dei soldi. Si identifica con le proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio, frumento, magazzino, numero. Non è più un uomo: è una cosa in mezzo alle cose. L’inventario delle sue fortune, le rosee previsioni di un futuro senza problemi, punteggiato da regolari abbuffate e spensierate bevute, vanno a cozzare contro un muro: “la notte”, anzi “questa notte”…”ti sarà richiesta la tua vita”. Ma, in realtà, lui era già morto da tanto tempo, chiuso nel cerchio murato del suo “io”. Continua a ripetere un unico aggettivo: “ i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita; dirò a me stesso…”. Sempre questa ossessione del “mio” e questa droga dell’ “io”. Chi vive solo per se stesso spegne il proprio domani. Uno può avere tante cose ma se gli manca Dio è il più gran povero che c’è! Nella tomba non potrà portarsi nulla di quello che ha! Se invece, come chiede Gesù, ci “si arricchisce presso Dio” tutto è diverso.
E’ un po’ anche questo e altro ancora che sta alla sorgente di una vocazione beedettina come quella ricevuta da D. Alfonso che oggi festeggia i 50 anni del suo impegno, con la professione monastica, a vivere con gioiosa intensità la sua identità di monaco benedettino olivetano. 50 anni: un bel compleanno, un lungo filo di grazia sul quale d. Alfonso ha avvolto la sua vita e sul quale è inciso soprattutto il nome di un luogo: Rodengo. E quindi è molto bello che, voi del paese siate presenti numerosi insieme a noi monaci - di questo monastero e di Monte Oliveto - per associare tanti e assortiti sentimenti di riconoscenza e gratitudine.
50 anni: è la festa dell’incontro di due fedeltà: quella da parte di Dio e quella da parte del monaco. Ma è soprattutto la prima che conta perché l Signore sa che siamo fragili. Dio non cerca e non chiama uomini perfetti. Ci prende come siamo, con i nostri chiaro-scuri, con le nostre ombre, con i nostri limiti di ogni tipo. Basta far salire Lui nella barca della nostra vita, anche se la barca magari fa acqua da tutte le parti. Non dimentichiamo che non siamo noi a scegliere Lui ma Lui ha scegliere a noi. Questo ci può essere di conforto. Certamente ci sono persone migliori di noi, con più qualità e capacità, ma Dio fa come gli pare, può scegliere anche quelli sono considerati o che si sentono loro stessi degli scarti, inadeguati, pieni di limiti e fragilità anche grosse. Dio può far saltare tutte le cosiddette controindicazioni. Sì, può scegliere degli stracci per farne tovaglie d’altare. Molti invece si avvicinano a Dio con il progetto personale della propria vita cercando quasi di strappargli la firma di approvazione. Non si può fare così. Bisogna seguire quello che è il suo progetto su di noi, qualunque esso sia. Occorre massima fiducia e serena apertura alla sua volontà.

domenica 28 luglio 2013

17ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Con una concretezza semplice, umile e calda, Gesù nel contesto di una catechesi sulla preghiera, ci insegna il Padre Nostro (la redazione di Luca è più breve di quella di Matteo che lo inserisce a conclusione del cosiddetto Discorso della Montagna) che non è solo una preghiera da dire ma una preghiera da fare, un programma di vita, perché in essa si condensano tutte le principali lezioni del Vangelo. Più che una preghiera da imparare è una preghiera che ci fa imparare, perché è come uno specchio nel quale vedere come diventare copia conforme all’originale, il Cristo. Una preghiera che è anche un serio esame di coscienza.
Riflettendo sul Padre Nostro si va infatti in molte direzioni. Noi stasera ne imbocchiamo almeno una. Una preghiera-specchio ma anche una preghiera-tranello: “perdona a noi le nostre colpe come noi le perdoniamo a chi ci ha offeso”. Una domanda in cui non solo chiediamo qualcosa, ma anche promettiamo qualcosa e, precisamente, di perdonare, a nostra volta, gli altri. Per ricevere il perdono di Dio occorre essere a nostra volta pronti a darlo. La porta da cui entra il perdono di Dio è la stessa da cui esce il nostro perdono, perché il perdono non si concede ma si condivide. La pace con Dio ha un prezzo: quella di farla con chi ci ha offeso o fatto del male. La Regola ci ammonisce: “Tornare in pace prima che tramonti il sole con chi è in discordia con noi” (RB 4,73) che si ispira ad Ef 4,26 : “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”.
C’è quel paletto: “ante solis occasum”... Le “scandalorum spinas”-“le spine dei contrasti” (RB 13,12) che non mancano mai nella vita comunitaria, formato small o extralarge, devono essere prontamente risanate, sia per evitare che una piccola frattura degeneri in una rottura ricomponibile poi con maggiore difficoltà sia perché il differimento potrebbe portare ad una situazione insanabile o quasi. Si va avanti per settimane, mesi, forse anche anni con questo inquinamento interiore. Proprio per questo, nel cap. 13mo della Regola, S. Benedetto, chiede all’Abate di dire il Padre Nostro al termine dei Vespri. Penso che sia difficile per i monaci, in quel momento inchinati profondamente, sottrarsi all’urto delle parole cantate dall’Abate: “dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris”. Quel “sicut - come” non è una pretesa di Dio ma è una clausola luminosa! Chi non perdona rompe il ponte sul quale egli stesso deve passare. Ci sarà capitato di sentir bussare alla porta della nostra cella e trovarci di fronte un confratello che ci viene a chiedere scusa per un comportamento sbagliato, per una parola di troppo, una discussione in cui ha trasceso. Se proprio non si ha un cuore indurito e superbo, si resta disarmati, senza parole; magari viene anche un nodo alla gola. Poi si prova una grande gioia.
Il perdono fa più bene a chi lo da che a chi lo riceve, perché mentre lo si da si espelle il veleno del risentimento e della rabbia. E, invece, purtroppo ci sono alcuni in cui da tempo, da troppo tempo, ringhia un ostinato rancore. Con il perdono dato e ricevuto ci si sente meglio. Tra parentesi: le scienze mediche oggi scoprono sempre più come il perdono sia anche una causa di salute, di benessere fisico!
Il Padre Nostro: una preghiera semplice ed essenziale, da dire con il dialetto del cuore, dove mai si dice “io”, dove mai si dice “mio”, ma sempre “tuo” e “nostro”. Gesù mette in fila le poche cose indispensabili per vivere bene: il pane, il perdono e l’impegno contro il male.
Una preghiera dove si avverte il respiro di Dio che ci viene consegnato come Padre.
Accogliamo il Padre Nostro dalle mani di Dio: a volte sono mani di gioia, a volte sono mani di dolore, ma sono sempre mani di amore.

domenica 21 luglio 2013

16ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’ “alto” e l’altro…
Con il Vangelo di questa domenica, ci vengono incontro due sorelle, Marta e Maria, due amiche di Gesù insieme con il fratello Lazzaro. Bisogna accantonare l’interpretazione datata e superata che vede in Marta l’immagine della vita attiva e in Maria di quella contemplativa, con un 30 e lode alla seconda e un 18 alla prima. Marta e Maria sono un’unica icona. Ma resta lì, e nessun esegeta lo può cancellare, l’affettuoso e delicato rimprovero di Gesù: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola cosa c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolto” (Lc 10,41). Qual è questa parte migliore, scelta da Maria? E’ tutta condensata in un verbo: “seduta”… “Maria seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39). Si mette a scuola di Gesù che gli fa imboccare la strada del darsi. Marta si limita a quella del dare.
Marta accoglie Gesù in casa ma lo tiene fuori da se stessa. Maria ospita Gesù nella sua interiorità, come fosse un tabernacolo.
Marta offre delle cose. Marta offre se stessa.
Marta fa. Maria “è”.
Marta si caratterizza per i brontolamenti. Maria per lo stupore estatico di stare in compagnia di Gesù.
Marta sente. Maria ascolta. C’è differenza tra sentire e ascoltare. Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è sedersi vicino a qualcuno. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con le orecchie, ma si ascolta con lo sguardo. Si ascolta con gli occhi. Si ascolta con le mani che si tendono per aiutare.
Ma non si tratta di scegliere tra Marta e Maria. La dimensione Marta e la dimensione Maria devono coabitare in noi. Marta e Maria, non Marta o
Maria. Sono due sorelle e vanno tenute insieme. Marta non può fare a meno di Maria, perché il nostro servire ha la sua sorgente in Dio che fa grande e buono il cuore. Maria non può fare a meno di Marta, perché l’amore per Dio non ci fare le corse con gli angeli in cielo ma ci fa muovere i passi in gesti concreti. I pensieri più belli e profondi che sono quelli targati servizio, nascono in ginocchio. Perché è davanti al Signore, all’Eucarestia, che impariamo a servire nel modo giusto. Altrimenti, tutti i nostri gesti di bene sono come il rumoroso agitarsi delle pentole e dei mestoli di Marta.
Marta e Maria si tengono per mano per farci capire che l’amore è un binario doppio: Dio e i fratelli. Avere le mani di Marta e il cuore di Maria. Scocca qui, per ognuno di noi, la doppia beatitudine: “Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio. Beati quelli che la mettono in pratica” (Lc 8,21).

domenica 14 luglio 2013

15ma DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Avanti il “prossimo”! Ma chi è?
Tutti conosciamo la parabola del Buon Samaritano che costituisce la terza Lettura della 15ma Domenica del Tempo Ordinario dell’Anno C.
Questa parabola, probabilmente tratta dalla cronaca nera del tempo, si snoda tra due domande. Quella iniziale: “Chi è il mio prossimo?” e quella finale: “Chi ha dato prova di essere il prossimo ?”.
Gesù non snobba la prima domanda, postagli da un dottore della legge. Sembra che Gesù non ami discutere con gli intellettuali. Porta il discorso su un terreno concreto. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. “Un uomo”. Gesù non aggiunge un aggettivo che lo inquadri. Non ha un nome, perché può avere uno qualsiasi dei nostri nomi. Quella strada, la strada da Gerusalemme a Gerico, passa dappertutto, anche dal nostro monastero. La strada da Gerusalemme a Gerico, allora notoriamente pericolosa, è lunga 27 chilometri. Sufficienti a dividere le persone in due categorie. Quelli che tirano diritti e coloro che si fermano per occuparsi della sofferenza altrui. 27 chilometri, per noi anche meno. Può anche essere solo un corridoio. O i pochi metri che separano la nostra cella da quella dove forse c’è chi ha bisogno di me. Quella è la nostra personale strada che scende da Gerusalemme a Gerico dove, se perdo tempo, guadagno però l’eternità.
Tornando alla parabola, sappiamo che quell’uomo ferito viene incrociato da un sacerdote e da un levita. Questi due non sembrano fare una bella figura perché per entrambi va in onda la stessa sequenza di indifferenza. Nella loro agenda liturgica non era fissato l’appuntamento con quell’uomo ferito. Essi sterzano il loro sguardo dall’altro lato della strada. Verrebbe voglia di rincorrerli, tirarli per i vestiti e domandare: Perché non vi siete fermati? Ma non lo avete visto quel poveraccio? Certamente lo hanno visto, ma sono proseguiti imperterriti autogiustificandosi con delle ragioni. Anche noi, qualche volta, abbiamo una scorta di motivazioni per sottrarci agli impegni dell’amore. “Non è compito mio, ci deve pensare l’Abate, c’è un Procuratore, c’è già un incaricato ecc…”. Ma tutte le nostre presunte valide ragioni, davanti a Dio, equivalgono ad avere torto. Colpevoli di aver fatto tacere il cuore. E’ il tuo fratello: questo titolo è sufficiente e lo legittima ad avere il tuo aiuto. Il nostro cuore deve saper trovare un varco tra le maglie di eventuali e rigide armature interiori.
Impariamo dal Samaritano. Luca sgrana dieci verbi per descrivere il suo amore, una vera e toccante liturgia della compassione: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò… fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò il debito se manca qualcosa. 10 verbi, un nuovo decalogo. Ogni gesto è una miniera di riflessioni. Su quella strada non c’è stato solo l’agguato dei briganti ma c’è stato anche l’agguato dell’amore. Al v. 33 del cap. 10 di Luca ci dovrebbe essere registrato il nostro nome.
Possiamo allora capire la domanda finale di Gesù che sposta i termini e il senso della questione. Non mi devo chiedere chi è il mio prossimo ma se io sono “prossimo”, cioè vicino.
“Anche tu fa lo stesso”, cioè “amerai”: un verbo al futuro perché amare è un’azione che non si conclude mai.
Questa parabola, insieme a quella del Figlio prodigo (meglio del Padre prodigo, prodigo di perdono) è al centro del Vangelo e, al centro della parabola, c’è un uomo. E un verbo: tu amerai.

sabato 29 giugno 2013

SOLENNITA’ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

Stiamo celebrando la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, le due colonne e i due polmoni della chiesa.
Pietro: il pescatore di Cafarnao, uomo semplice e rozzo, entusiasta e irruente, generoso e fragile. Unico per quella sua solare professione di fede, che è un resumé di teologia allo stato puro: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. E che si accorda alla pagina di Giovanni (21, 15-19), letta all’Ufficio delle Letture, dove Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo ama. “Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17). E’ stato un po’ l’esame di maturità di Pietro!
Paolo: l’intellettuale raffinato e polemico, lo zelante e fanatico persecutore, il convertito divorato dalla passione per Cristo. E’ significativo che questo nome - Christos - ricorra ben 400 volte nel corpus dei suoi scritti! E’ il dato biografico più importante e più bello di Paolo. Senza di lui il Vangelo sarebbe rimasto chiuso nel piccolo orizzonte di Israele. Con lui, ha valicato i confini e la storia.
Pietro: rinnegatore di Gesù. La sua storia ha un’impennata inattesa quando sbatte la testa contro i suoi limiti. Uomo abituato alle ruvide corde, all’odore pungente del pesce, alle lunghe noti passate in mare, scelto per custodire la nostra fede. Capace di piangere i suoi sbagli. Per questo pianto noi ti amiamo, Pietro, per questo tuo silenzioso singhiozzare di amico fedele, perché la tua fragilità e la tua paura sono anche le nostre.
Nonostante il suo tradimento, Gesù lo rende il primo - il leader fra gli Apostoli, consegnandogli la responsabilità di guidare la Chiesa. Ogni Papa, con la sua fede-roccia (super hanc petram!), con la potestà delle chiavi, con l’uso del binomio legare-sciogliere, è il Pietro del suo tempo.
Dio non guarda i meriti perché il suo amore non lo si merita ma lo si accoglie e condivide. Anche chi tra noi proviene da fragilità, miserie e debolezze assortite se se ne pente, può sperare e ottenere fiducia da Dio che trasforma in positivo la nostra vita. I Santi non sono coloro che non sbagliano mai, non cadono mai, non peccano mai, ma sono piuttosto coloro che, quando sbagliano si ravvedono, quando cadono si rialzano, quando peccano si pentono. La grandezza di Dio è sempre superiore ai nostri sbagli.
Adesso riascoltiamo quella inquietante domanda di Gesù, la domanda delle domande, che dal plurale si restringe al singolare: “Chi sono io per te?”. Una domanda che forse vogliamo fuggire, perché ci mette al muro. La risposta vera deve essere personale. La nostra risposta, come quella di Pietro, deve pennellare il rapporto che abbiamo con Gesù. Riguarda il “come” e il “quanto” collochiamo la sua presenza nelle nostre 24 ore. Cristo non è ciò che dico di Lui, ma ciò che vivo di Lui. “Chi sono io per te?”. Domanda da amare.

domenica 23 giugno 2013

PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITA’ DELLA NASCITA DI S. GIOVANNI BATTISTA – Vestizione del postulante Ezio

Carissimo Ezio, mi sembra oltremodo significativo che la tua vestizione, come novizio, avvenga nel contesto della Solennità della nascita di Giovanni Battista.
Egli nasce inatteso e fuori tempo come una sorpresa. Entra nella storia con un nome, Giovanni - “Dio fa grazia” - che è la sua identità, la sua vocazione. Un nome che è come una fotografia. Giovanni, era anche il nome del nostro Fondatore prima di assumere quello monastico di Bernardo. Giovanni: un nome carico di futuro, anche se nelle pieghe dell’imprevedibile. Come lo è il nome di ciascuno di noi. Come lo è e lo sarà il nome monastico che tra poco riceverai.
Come ciascuno di noi, anche tu non sei nato per caso ma per compiere un sogno di Dio. Ed è nella volontà del Signore, da te scoperta, accolta e realizzata con umile disponibilità nel nostro monastero che risiede e risiederà la tua pace interiore. Come il Battista, anche tu sei chiamato ad essere un testimone limpido della potenza di Dio che si manifesta nella debolezza. Il padre del Battista, Zaccaria, era rimasto muto perché non aveva creduto all’annuncio dell’angelo. Eppure il suo dubitare non ferma Dio e questo è molto consolante per noi: i nostri limiti, le nostre fragilità non bloccano Dio che appunto sa scrivere diritto su righe storte.
Giovanni Battista è il Precursore del Salvatore ma è anche il precursore dei monaci, a motivo della sua scelta di vita nel deserto dove, come ricorda Elredo di Rievaulx nel suo sermone Nella Nascita di Giovanni il Battista, “poté liberamente vedere e gustare come è buono il Signore” (Sl 30,20). Anche il monaco è chiamato ad essere un “precursore” di Cristo per molte persone, se non direttamente almeno con la preghiera e il buon esempio. Sii “voce”, proprio come il Battista.
In un museo tedesco, c’è un famoso dipinto in cui il Battista è raffigurato con un enorme indice puntato verso il crocifisso. E’ in questo atteggiamento che si riassume la sua storia e la sua vocazione. Anche, tu fai tuo questo atteggiamento, su di esso plasma la tua vita in ogni direzione. Se metti
La voce di Giovanni, con il suo appello alla conversione, risuona ancora oggi, non più nel deserto della Giudea ma, per te e per tutti noi monaci, nel nostro monastero che, come tutti i monasteri, è una chiesa addossata al deserto.

domenica 9 giugno 2013

DOMENICA DECIMA DEL TEMPO ORDINARIO

Gesù e un corteo funebre. La Vita incontra la morte. E, su tutto l’episodio, quelle parole: “ne ebbe compassione”.
Una madre privata dell’unico figlio. In quella bara ci sono due vite. Il suo viso rigato di lacrime che disegnano sentieri dolcissimi di nostalgia del figlio, è una preghiera senza parole. “Vedendola…”, ci dice Luca riferendosi a Gesù. “Vedere” non è solo posare lo sguardo sull’altro ma è farlo entrare dentro di se, perché l’occhio è la vera finestra del cuore. Così fa Gesù, anzi il Signore, come lo chiama quasi d’improvviso Luca. Gesù, che ha in sé cuore di uomo e cuore di Dio, si commuove. “Ne ebbe compassione”, traduzione pallida di un verbo greco che significa sconvolgimento dentro di sé insieme ad un’incontenibile tenerezza. La terra che più tardi berrà il suo sangue, adesso beve il suo piangere commosso. Il Signore raccoglie ogni nostra sofferenza, ogni nostra paura, ogni nostra malattia, ogni nostra tristezza. Ogni nostro pianto più o meno sommesso. Con noi, in quei momenti, anche Dio è infelice.
La Vita tocca la morte. Quel figlio viene restituito vivo a sua madre.
“Non piangere” le ha detto Gesù. Lo dice a tutti noi. Equipaggiati di questo suo annuncio, possiamo vincere ogni paura. Egli ripete a ciascuno di noi: “Ragazzo, te lo dico io: alzati!” (lc 7,14). E quanto è bello quel “te lo dico io”, quanto da pace e sicurezza, quanto ci fa abbandonare in Dio ed avere più fiducia nella vita.
Ma, anche noi, se abbiamo compassione, possiamo compiere dei piccoli miracoli. In certe tristi situazioni sono più efficaci le lacrime delle parole. Qualche volta, invece di dire “non piangere” sarebbe bello chiedere di poter piangere insieme perché ci sono dolori più grandi di noi, ci sono dei drammi più grandi della nostra intelligenza.
Ci sono tante “risurrezioni” possibili, se non necessarie, da attuare. Anzitutto, dentro di noi. Possiamo avere forse una fede spenta, un cuore sotto anestesia, sepolto dall’egoismo e dall’indifferenza. Una coscienza disattivata da troppo tempo. Addirittura ci può essere un’anima morta dentro di noi. Le peggiori morti sono quelle spirituali anche se dall’esterno non si notano. Sono molte e variegate le situazioni verso le quali esercitarci in tentativi di restituzione alla vita. Sono miracoli alla nostra portata.
A pensarci bene, ci sono anche vivi da risuscitare! Persone che non si aspettano più nulla. Persone mai amate o mal amate. Persone paralizzate dalla solitudine o dalla disperazione, magari per una brutta malattia. Persone che hanno perso la voglia di vivere o che sono stanche di non vivere. Prima o poi incontriamo qualcuno che ci offre la possibilità di rappresentare Dio che ama la vita, cambia la vita, restituisce la vita.
Essere cristiani non significa solo avere il coraggio della propria fede ma avere anche il coraggio del proprio cuore, commisurato su quello di Cristo.