C’è un po’ un contrasto ombra-luce in questa bella
celebrazione del Santisssimo nome di Maria che, come olivetani, ci permette di
festeggiare un onomastico collettivo. “Additur
proprio nomen Maria”, ricorda incisivamente il n. 59 delle nostre
Costituzioni. Portare il nome di Maria non è portare una decorazione, è
assumere un robusto impegno ad imitarne le virtù.
Da una parte c’è la parola conclusiva dell’apostolo
Paolo che nella prima lettura risuona in
modo grave come una nota bassa in una cantata di Bach: “Passa infatti la figura di questo mondo” (1Cor 7,31). Un chiaro
invito a puntare a un di più, discernendo
ciò che è essenziale insieme ad una specie di parola d’ordine, uno slogan
esistenziale: “relativizzare” tante
cose del nostro vissuto per arrivare direttamente davanti a Dio.
Dall’altra c’è quel nome, il nome di Maria. Una riviera
di luce dolcissima. Uno dei tanti significati, che tra tutti lampeggia, di
questo nome è : “amata da Dio”… più
chiaro di così?
Però a noi, in fondo, non interessano più di tanto le
oltre sessanta interpretazioni etimologiche fornite dagli studiosi a riguardo
del nome di Maria. E’ il suo nome, e basta. Ognuno di noi, pronunciando quel
nome, davvero ci mette dentro un’infinità di significati tutti rigorosamente
suoi. Questo soprattutto ci accade nel dire le 50 Ave Maria del Rosario che, con i suoi misteri, è il Credo
fatto preghiera.
Un nome, Maria, con il quale bussare alla porta del
cielo.
Un nome semplice, eppure ricco di fascino.
Un nome comune, eppure ogni volta che lo pronunciamo
ci sembra nuovo. Un nome pieno di musica, di bellezza.
Un nome che ci provoca delle risonanze interiori in
quella parte tutta nostra che è il cuore, dove lei vuole sempre intonare il Magnificat.
Un nome che non è un nome … che si trascolora in
quello di mamma., che è l’altro nome, il vero nome di Maria.
Sì, sembra davvero
“così piccola” (Mi 5,1) -
prendendo in prestito le parole di Michea - nella prima Lettura - la
presenza di Maria nel Vangelo appena proclamato che quasi il suo nome si perde
in quel lungo e arido schedario anagrafico. Una galleria di ritratti nelle cui
pieghe si insinua la creatività di Dio. Ogni nome, un tassello del grande
mosaico della Storia della Salvezza. Una fredda, monotona litania di personaggi
biblici con annesso un grappolo di promesse che, in un crescendo quasi
rossiniano, sussurra sempre più forte un nome: Gesù. Egli è l’estuario
benedetto in cui finisce il fiotto di vita della catena delle generazioni, un
lento zig-zag che intreccia miserie e grandezze, ombre e luci. La nascita di
Maria si immette in questo fiume carsico che percorre la storia di Israele e
nostra e, grazie a lei, questo fiume finalmente viene alla superficie.
Se mai per noi, come cristiani, ci deve essere un vero
album di famiglia coi ritratti, questo è dato proprio da quella lista di nomi.
Quei nomi elencati da Matteo sono i nostri antenati perché Gesù non è solo “Dio
con noi”, ma anche nostro fratello, anzi: “il
primogenito di molti fratelli”, come ricorda S. Paolo nella seconda
Lettura. “Molti fratelli”: noi siamo
i suoi fratelli. E’ in fondo questa la vera genealogia di Gesù Cristo e noi ne
facciamo parte, come figli di Maria per la sua maternità universale ricevuta ai
piedi della croce. Questa famiglia, questa genealogia nuova di Gesù Cristo si
dilata non per generazione ma per vocazione.
Quell’elenco si rompe all’ultimo anello. Di colpo,
scocca l’ora voluta da Dio. Giunto al nome di Giuseppe, l’evangelista Matteo
abbandona lo schema costante e quasi ossessionante dell’albero genealogico: “X
generò Y per che Giuseppe era “lo sposo
di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo” (Mt 1,16). “Dalla quale è nato Gesù”… sì, davvero,
tutto quell’elenco sembra snodarsi verso questo punto òmega: Gesù, radicato nel
tessuto del tempo.
Ma quale souvenir
portarci via da questa solennità che in oriente è chiamata anche “il natale
d’autunno”? Credo che lo possiamo trovare impigliato nelle varie antifone che
si muovono tutte sullo stesso festoso registro: la gioia: “gaudeamus…gaudium…cum iucunditate”. Queste parole sono avvolte in
una danza di neumi gregoriani che si rincorrono! La nascita di Maria è davvero
un appuntamento con la gioia, perché lei ci ha donato Colui senza il quale la
nostra vita perderebbe significato e smalto.
La Solennità della natività di Maria, titolare della
nostra chiesa abbaziale e patrona della nostra Congregazione, è quasi una
parentesi o oasi natalizia nel declinare dell’estate. E’ in qualche modo un
anticipo del Natale, e prima ancora dell’Immacolata, alla quale corrisponde
come collocazione di data nel calendario. La sua nascita è in funzione di
quella del Figlio. Lei viene alla luce per darci la Luce: Gesù.
Il compleanno di Maria ci porta in dono, ogni volta,
anche l’invito alla ricerca e al recupero di virtù “perdute” e che, da qualche
parte, sono minacciate di estinzione e non più quotate alla borsa valori della
società. Virtù che non solo ci scortano nella vita di quaggiù per renderci meno
poveri in umanità ma che anche fanno parte del nostro quotidiano impegno di
conversione.
Maria è stata scelta per la sua piccolezza, Maria è il
solenne elogio della piccolezza da parte di Dio. La piccolezza richiama
istintivamente la semplicità. La semplicità non è una cosa semplice!
I
n genere viene vista come una virtù di serie B. Di
una persona che non possiede doti particolari e verso la quale vogliamo
esprimere un giudizio generoso, diciamo che “è semplice”. Un diploma che
rilasciamo con larghezza a chi è sprovvisto di qualifiche più valide ed
appariscenti: cultura, intelligenza, notevoli capacità pratiche…
Forse non ci rendiamo conto che proprio la semplicità
è una virtù eccezionale. E’ cosa straordinaria essere semplice. In realtà, è
semplice chi ha svolto un paziente e lungo lavoro di semplificazione interiore,
con l’adozione continua e intensa dell’agostiniano “redire ad cor”. La
semplicità è il frutto dell’unità interiore. Tutta la tradizione monastica è
concorde nell’affermare e proporre che la vita del monaco è un cammino di
unificazione che punta all’essenziale, eliminando ingombri di vario genere. Lo
ricorda la stessa parola “monaco”, una parola-prisma perché da essa parte con
mille sfaccettature l’identità che significa. Monaco non è soltanto colui che
vive da solo o colui che ha un solo
amore- Cristo - ma è soprattutto chi, plasmato dalla Paola di Dio “rectissima norma vitae” (RB 73,3),
vivendo “sub regula vel abbate” (RB
1,2), cammina nel doppio binario dell’ “habitavi
secum” di gregoriana memoria e di quello splendido manifesto di vita
monastica che è il prologo della Regola. In questo modo attiva un processo di
unificazione interiore. Tutti i 73 capitoli della Regola vanno in questa
direzione - sono 73 spinte centripete - anche quelli che sembrano essere meno
espliciti in proposito. Sono cose che già sappiamo, fin dai tempi del
noviziato, ma è bene ricordarcele spesso per evitare alcuni blackout nella
nostra vita spirituale. Lasciamoci positivamente artigliare ogni giorno dal
celebre: “Ad quid venisti?”che San
Bernardo di Chiaravalle ripeteva spesso a se stesso. Credo che resti
profondamente vera la risposta data da un abba
del deserto a quel discepolo che gli aveva posto questa domanda: “Chi è il monaco?”. L’anziano rispose: “Il monaco è colui che si chiede ogni giorno:
chi è il monaco?”. Certo non per mettere continuamente in discussione gli
elementi essenziali della vita monastica ma per tenere sempre aperto il cuore a
recepirne gli insegnamenti.
Dopo un’assenza di cinque domeniche domani ritroveremo
l’evangelista di turno, Marco, che guida il nostro cammino in questo anno
liturgico. Per cinque domeniche abbiamo letto o ascoltato il capitolo sesto di
Giovanni, sentendo più volte parlare di “pane”, trovandoci così spesso
riportati a considerare la realtà del mangiare e del bere, e domani è come se
il tema si riproponesse: “Perché i tuoi
discepoli non si comportano secondo le tradizioni degli antichi, ma prendono
cibo con mani impure?” (Mc 7,5). Questa era una delle prescrizioni del
vasto e variopinto campionario di precetti stabiliti con inesauribile
cavillosità e con forte tasso di fiscalità: 248 comandi e 365 divieti! Gesù,
smascherata la deviazione farisaica, va subito al dunque con un insegnamento
positivo e fornisce un elenco di dodici prodotti deteriori (sei al singolare e
sei al plurale) che escono dal cuore: “Dal
cuore dell’uomo escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri,
avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia,
stoltezza.” Gesù dunque lancia il programma di un’ecologia per nostro cuore
che a Lui assomiglia un po’ come a una fabbrica che può produrre però anche
altre cose, ma belle. E le cose belle non hanno un numero chiuso. E, infatti
Gesù non le elenca. Ci può essere un catalogo dei vizi ma le cose buone pulite
non possono essere classificate una volta per tutte.
Come ci insegna Gesù è necessario l’allacciamento
diretto tra cuore e comportamenti esteriori. Senza un cuore disinquinato, non
si possono avere mani pulite, tutt’al più solo igienicamente sterilizzate.
Altrimenti si finisce nell’ipocrisia. E il fariseismo non è morto con l’ultimo
dei farisei. Inoltre, la forma più sottile di ipocrisia è pensare che farisei
siano solo e sempre gli altri.
Gesù smonta il ritualismo, il formalismo, il
moralismo, tutti “ismi” che vanno eliminati, ma senza far sparire la legge di
Cristo. Occorre distinguere tra forme e sostanza, ma quando mancano sia la
sostanza che le forme? Gesù che riporta tutto al “di dentro” dell’uomo, ossia
al cuore, rettifica e illumina senza disprezzare la legge. Certo bisogna dare
un posto di primo piano alla propria coscienza, appellarsi ad essa per le
scelte da fare. E’ necessario però stare attenti perché spesso la coscienza non
è una sorgente incontaminata, anch’essa può corrompersi. Dovrebbe essere spesso
essere sottoposta a controlli e verifiche con il proprio confessore o padre spirituale.
La legge non va assolutizzata. Ma in certi casi considerare la propria
coscienza come un assoluto è solo un alibi per non fare il proprio dovere.
Inoltre, si agisce secondo coscienza quando ci si lascia portare dal cuore come
fosse un telecomando, con la liquidazione dell’ “io proprietario”. Altrimenti
il cuore non è più sotto la luce di Dio ma è “un cuore lontano” da Lui. “Cuore lontano” sono parole di Isaia
riportate da Gesù. Auguriamoci che non siano la fotografia del nostro cuore.
Le regole sono il vestito dell’amore che è il criterio
che le rende genuine e dona trasparente coerenza alla nostra vita spirituale.
Dovremmo porci spesso due domande per evitare lo scoglio del formalismo: che
cosa regala la Parola di Dio alla mia vita? E che cosa regala la mia vita alla
Parola di Dio oggi?
Siamo nella grande novena in preparazione alla
Solennità, a noi così cara, della natività di Maria. Guardiamo a lei, la donna
del cuore che custodisce, conserva e medita nel cuore “conferens
in corde suo”, annota Luca - le parole, gli eventi e i silenzi di Dio.
“Tibi silentium laus” – “per te il silenzio è lode”. Mi sembra che il secondo versetto del Sal 65 nella
versione ebraica possa fare da filo rosso per una breve riflessione nel ricordo
di San Bernardo Tolomei.
La figura del nostro Fondatore ci ripresenta ogni anno
una lista di valori di pura marca benedettina, da lui vissuti al massimo grado
come affermano concordi i nostri storici. Tra essi, brilla in modo particolare
il suo amore al silenzio. Lui e i suoi monaci erano entrati nel solco classico
dell’ascesi monastica: “in silentio
maximi” e vivendo sine glossa il
sesto capitolo della Regola di S. Benedetto: De taciturnitate.
Il silenzio fa paura a molti nostri contemporanei
perché li obbliga a fare dei conti inquietanti con se stessi. Costringe ad
ascoltare gli atti di accusa di una coscienza forse troppo disattesa. Sono
assediati dal rumore, bombardati da parole e suoni di ogni tipo. Un’aggressione
acustica. Come se si volesse mettere sotto anestesia le dimensioni più
importanti della vita. E così si resta facilmente nella schiuma delle
apparenze, si vive alla superficie di se stessi.
Naturalmente il silenzio non va confuso con il mutismo
cronico e ostinato che è la deformazione del silenzio. Il silenzio può essere
negativo se esprime egoismo, indifferenza, insensibilità, estraneità ai problemi
e sofferenze dell’altro; un silenzio in cui ringhia il rancore, l’ostilità, il
disprezzo. E’ quello che S. Gregorio Magno definisce come lo strepitus silentii… O, come si dice oggi
con il linguaggio post-moderno, è il silenzio “nero”. Si può mancare al
silenzio ma anche mancare con il silenzio.
Il nostro Fondatore aveva capito che il silenzio è il
maestro dei maestri perché insegna senza parlare. Aveva capito che il silenzio
è la componente essenziale per entrare in comunione profonda con Dio, è il
grembo da cui nasce il nostro dialogo con Lui. Il silenzio è la casa dei
ritorni: del ritorno a Dio, del ritorno verso la propria vera identità, del
ritorno verso gli altri.
T
utta la nostra vita corre tra due grandi silenzi: il
silenzio del grembo materno per nove mesi e il silenzio di quello che sarà
l’abbraccio con Dio al momento della nostra morte. Il silenzio dunque ci ha
segnato e ci segnerà.
Nel silenzio non si cerca qualcosa, magari solo sensazioni emotive legate all’istante, ma si
cerca il Tutto che è Dio.
Naturalmente non basta il silenzio esteriore: esso è solo la cornice, ma il
quadro è il silenzio interiore. E’ importante essere nel silenzio più che fare
silenzio. Spesso si dice che si deve custodire il silenzio, in realtà è il
silenzio che ci custodisce. Un monaco abitato dal silenzio diventa - sono
parole di Elisabetta della Trinità - “come
una cetra che suona sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo”.
La nostra comunità monastica dovrebbe aiutare coloro
che vengono in mezzo a noi a ritrovare la chiave perduta del silenzio, a
riaccendere la nostalgia del silenzio che è nostalgia di Dio ma anche nostalgia
del meglio di noi e della vita. Sì, gocce di silenzio sui nostri ospiti perché
tornino poi a casa come se avessero ricevuto un dono. Perciò impegniamoci tutti
a mettere in pratica quanto le Costituzioni (articolo V) e il Direttorio (nn.
57-60) ci indicano in merito. Facciamo in modo che questo luogo, come ai tempi
del nostro Fondatore, sia sempre attraversato, come nella famosa esperienza di
Elia sul Sinai, dalla “voce di un
silenzio sottile” (I Re 19,12).
Un anticipo di Paradiso.
La celebrazione liturgica della Solennità
dell’Assunzione delle Madre del Signore ci invita a guardare a questo dogma
mariano nel quadro globale della storia della salvezza - c’è in lei il pieno compimento del mistero
pasquale di Cristo - e come una realtà che ci riguarda da vicino. Non è solo un
fatto personale di Maria ma ne siamo tutti coinvolti. Non è una verità mariana
isolata ma è anche una verità circa il nostro futuro finale: lei è già ciò che
tutta la Chiesa sarà. Qui possiamo cogliere un aspetto della maternità di Maria
verso di noi: lei ci genera alla speranza della vita eterna, prospettiva che ci
riconduce all’essenziale, ci da orientamenti precisi, ci evita di essere
schiacciati sul presente.
Maria non è emigrata in cielo: è rimpatriata. Ci ha
aperto la strada. Lei è già sulla riva dell’eternità. Arrivata prima, aspetta
ognuno di noi per l’abbraccio con Dio. La processione di cui facciamo parte è
iniziata. Come credenti, noi abbiamo il cielo incorporato.
Domani, all’interno della liturgia della Parola, il
Vangelo - Lc 1,39-56 - ci trasmetterà il noto episodio della visita di Maria
a S. Elisabetta, l’incontro tra il Nuovo e il Vecchio Testamento. Come un
ostensorio che cammina, la Madonna già porta Gesù per le strade del mondo. Qui noi
possiamo cogliere l’immagine di ogni credente: “portare Verbum”( Origene), portare la Parola, missione di ogni
battezzato. “Benedetta tu”: è la prima parola che risuona nel
dialogo tra Maria e Elisabetta. Forse
dovremmo custodirla come un tesoro e farla nostra. E’ la nota giusta per le
nostre relazioni interpersonali. Cioè benedire, dire bene, cercare le parole
più buone; dire all’altro: tu sei una benedizione di Dio per me, tu sei un dono
di Dio per me, farlo sentire come tale. Altrimenti i nostri rapporti
interpersonali saranno solo una ginnastica relazionale.
La stessa pagina evangelica ci srotolerà nel cuore il
celebre canto di Maria, caratterizzato da gioia, stupore e gratitudine - Il Magnificat - con il quale la Chiesa, nella Liturgia delle
Ore chiude ogni giorno la celebrazione dei Vespri. Un mosaico di citazioni e
riferimenti biblici, un alternarsi di emozioni delicate e di drammi storici. Un
nuovo decalogo (ci sono come dieci “onde”!) non più prescrittivo di
comportamenti verso Dio e i fratelli ma narrativo di un Dio che è per l’uomo. In
nessun’altra pagina del Vangelo troviamo così tante parole dette da Maria che
accoglie Dio per la grandezza che esso ha. Ognuno di noi riceve Dio nella
misura in cui lo “magnifica”, cioè gli cede posto ( “più” posto!) nella sua
vita e questo comporta rimpicciolire il proprio io, talvolta ingombrante.
Avere la fede di Maria che pone al centro non quello
che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.
La liturgia di questa festa è come intessuta di fuoco
e di stelle, di fiamme e di bagliori in cui emerge la dimensione più coinvolgente di chi vuole essere discepolo del
Signore crocifisso e risorto, così come Lui ci ha appena indicato nel Vangelo
ora proclamato.
“In verità, in
verità vi dico…” (Gv 12,24). Tutti sappiamo che questa ripetizione nel linguaggio
biblico equivale al nostro superlativo assoluto. Quindi si tratta di una
importante affermazione di Gesù. Immediata
ed esplicita. E’ sicuramente autobiografica perché Lui sarà il vero seme che
dona la vita per la nostra salvezza, ma chiunque vuole essere suo discepolo
deve fare lo stesso percorso e indirizzarsi alla medesima scelta. Così ha fatto
anche San Lorenzo.
“Se il chicco di
grano non muore, rimane solo; se muore produce molto frutto” (Gv 12,24). E’ una legge della natura ma è anche una
regola di vita per il cristiano. La parola centrale non è morire, ma molto frutto.
Lo sguardo è sulla fecondità. Vivere è dare vita e ci sono molti modi per
farlo. Dare la vita è ciò che fa intense e generose le nostre giornate. Le
occasioni non mancano, si affacciano continuamente. Basta volerle incontrare.
Non dare è già morire. L’amore nel Vangelo è un verbo: dare. Tutto ciò che non
viene donato va perduto. L’amore non dice mai: basta ma dice: tutto. Per
questo ognuno di noi deve sentirsi impegnato, con i gesti del servizio, a farsi
chicco di grano seminato nel quotidiano monastico convertendo in seme ogni sua
ora, nella terra della nostra comunità.
E’ il segreto della felicità del monaco. Almeno
idealmente, sulla tomba di ognuno di noi si dovrebbe leggere: “Ha creduto all’amore”.