mercoledì 12 settembre 2012

MEMORIA DEL NOME DI MARIA

C’è un po’ un contrasto ombra-luce in questa bella celebrazione del Santisssimo nome di Maria che, come olivetani, ci permette di festeggiare un onomastico collettivo. “Additur proprio nomen Maria”, ricorda incisivamente il n. 59 delle nostre Costituzioni. Portare il nome di Maria non è portare una decorazione, è assumere un robusto impegno ad imitarne le virtù.

Da una parte c’è la parola conclusiva dell’apostolo Paolo che nella prima lettura  risuona in modo grave come una nota bassa in una cantata di Bach: “Passa infatti la figura di questo mondo” (1Cor 7,31). Un chiaro invito a puntare a un di più, discernendo ciò che è essenziale insieme ad una specie di parola d’ordine, uno slogan esistenziale: “relativizzare” tante cose del nostro vissuto per arrivare direttamente davanti a Dio.

Dall’altra c’è quel nome, il nome di Maria. Una riviera di luce dolcissima. Uno dei tanti significati, che tra tutti lampeggia, di questo nome è : “amata da Dio”… più chiaro di così?

Però a noi, in fondo, non interessano più di tanto le oltre sessanta interpretazioni etimologiche fornite dagli studiosi a riguardo del nome di Maria. E’ il suo nome, e basta. Ognuno di noi, pronunciando quel nome, davvero ci mette dentro un’infinità di significati tutti rigorosamente suoi. Questo soprattutto ci accade nel dire le 50 Ave Maria del Rosario che, con i suoi misteri,  è il Credo fatto preghiera.

Un nome, Maria, con il quale bussare alla porta del cielo.

Un nome semplice, eppure ricco di fascino.

Un nome comune, eppure ogni volta che lo pronunciamo ci sembra nuovo. Un nome pieno di musica, di bellezza.

Un nome che ci provoca delle risonanze interiori in quella parte tutta nostra che è il cuore, dove lei vuole sempre intonare il Magnificat.

Un nome che non è un nome … che si trascolora in quello di mamma., che è l’altro nome, il vero nome di Maria.

sabato 8 settembre 2012

SOLENNITA’ DELLA NATIVITA’ DI MARIA

Sì, sembra davvero  “così piccola” (Mi 5,1) -  prendendo in prestito le parole di Michea - nella prima Lettura - la presenza di Maria nel Vangelo appena proclamato che quasi il suo nome si perde in quel lungo e arido schedario anagrafico. Una galleria di ritratti nelle cui pieghe si insinua la creatività di Dio. Ogni nome, un tassello del grande mosaico della Storia della Salvezza. Una fredda, monotona litania di personaggi biblici con annesso un grappolo di promesse che, in un crescendo quasi rossiniano, sussurra sempre più forte un nome: Gesù. Egli è l’estuario benedetto in cui finisce il fiotto di vita della catena delle generazioni, un lento zig-zag che intreccia miserie e grandezze, ombre e luci. La nascita di Maria si immette in questo fiume carsico che percorre la storia di Israele e nostra e, grazie a lei, questo fiume finalmente viene alla superficie.

Se mai per noi, come cristiani, ci deve essere un vero album di famiglia coi ritratti, questo è dato proprio da quella lista di nomi. Quei nomi elencati da Matteo sono i nostri antenati perché Gesù non è solo “Dio con noi”, ma anche nostro fratello, anzi: “il primogenito di molti fratelli”, come ricorda S. Paolo nella seconda Lettura. “Molti fratelli”: noi siamo i suoi fratelli. E’ in fondo questa la vera genealogia di Gesù Cristo e noi ne facciamo parte, come figli di Maria per la sua maternità universale ricevuta ai piedi della croce. Questa famiglia, questa genealogia nuova di Gesù Cristo si dilata non per generazione ma per vocazione.

Quell’elenco si rompe all’ultimo anello. Di colpo, scocca l’ora voluta da Dio. Giunto al nome di Giuseppe, l’evangelista Matteo abbandona lo schema costante e quasi ossessionante dell’albero genealogico: “X generò Y per che Giuseppe era “lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo” (Mt 1,16). “Dalla quale è nato Gesù”… sì, davvero, tutto quell’elenco sembra snodarsi verso questo punto òmega: Gesù, radicato nel tessuto del tempo.

Ma quale souvenir portarci via da questa solennità che in oriente è chiamata anche “il natale d’autunno”? Credo che lo possiamo trovare impigliato nelle varie antifone che si muovono tutte sullo stesso festoso registro: la gioia: “gaudeamus…gaudium…cum iucunditate”. Queste parole sono avvolte in una danza di neumi gregoriani che si rincorrono! La nascita di Maria è davvero un appuntamento con la gioia, perché lei ci ha donato Colui senza il quale la nostra vita perderebbe significato e smalto.

SOLENNITA’ DELLA NASCITA DI MARIA (Vigilia)

La Solennità della natività di Maria, titolare della nostra chiesa abbaziale e patrona della nostra Congregazione, è quasi una parentesi o oasi natalizia nel declinare dell’estate. E’ in qualche modo un anticipo del Natale, e prima ancora dell’Immacolata, alla quale corrisponde come collocazione di data nel calendario. La sua nascita è in funzione di quella del Figlio. Lei viene alla luce per darci la Luce: Gesù.

Il compleanno di Maria ci porta in dono, ogni volta, anche l’invito alla ricerca e al recupero di virtù “perdute” e che, da qualche parte, sono minacciate di estinzione e non più quotate alla borsa valori della società. Virtù che non solo ci scortano nella vita di quaggiù per renderci meno poveri in umanità ma che anche fanno parte del nostro quotidiano impegno di conversione.

Maria è stata scelta per la sua piccolezza, Maria è il solenne elogio della piccolezza da parte di Dio. La piccolezza richiama istintivamente la semplicità. La semplicità non è una cosa semplice!

In genere viene vista come una virtù di serie B. Di una persona che non possiede doti particolari e verso la quale vogliamo esprimere un giudizio generoso, diciamo che “è semplice”. Un diploma che rilasciamo con larghezza a chi è sprovvisto di qualifiche più valide ed appariscenti: cultura, intelligenza, notevoli capacità pratiche…
Forse non ci rendiamo conto che proprio la semplicità è una virtù eccezionale. E’ cosa straordinaria essere semplice. In realtà, è semplice chi ha svolto un paziente e lungo lavoro di semplificazione interiore, con l’adozione continua e intensa dell’agostiniano “redire ad cor”.  La semplicità è il frutto dell’unità interiore. Tutta la tradizione monastica è concorde nell’affermare e proporre che la vita del monaco è un cammino di unificazione che punta all’essenziale, eliminando ingombri di vario genere. Lo ricorda la stessa parola “monaco”, una parola-prisma perché da essa parte con mille sfaccettature l’identità che significa. Monaco non è soltanto colui che vive da solo o  colui che ha un solo amore- Cristo - ma è soprattutto chi, plasmato dalla Paola di Dio “rectissima norma vitae” (RB 73,3), vivendo “sub regula vel abbate” (RB 1,2), cammina nel doppio binario dell’ “habitavi secum” di gregoriana memoria e di quello splendido manifesto di vita monastica che è il prologo della Regola. In questo modo attiva un processo di unificazione interiore. Tutti i 73 capitoli della Regola vanno in questa direzione - sono 73 spinte centripete - anche quelli che sembrano essere meno espliciti in proposito. Sono cose che già sappiamo, fin dai tempi del noviziato, ma è bene ricordarcele spesso per evitare alcuni blackout nella nostra vita spirituale. Lasciamoci positivamente artigliare ogni giorno dal celebre: “Ad quid venisti?”che San Bernardo di Chiaravalle ripeteva spesso a se stesso. Credo che resti profondamente vera la risposta data da un abba del deserto a quel discepolo che gli aveva posto questa domanda: “Chi è il monaco?”. L’anziano rispose: “Il monaco è colui che si chiede ogni giorno: chi è il monaco?”. Certo non per mettere continuamente in discussione gli elementi essenziali della vita monastica ma per tenere sempre aperto il cuore a recepirne gli insegnamenti.

domenica 2 settembre 2012

VENTIDUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Dopo un’assenza di cinque domeniche domani ritroveremo l’evangelista di turno, Marco, che guida il nostro cammino in questo anno liturgico. Per cinque domeniche abbiamo letto o ascoltato il capitolo sesto di Giovanni, sentendo più volte parlare di “pane”, trovandoci così spesso riportati a considerare la realtà del mangiare e del bere, e domani è come se il tema si riproponesse: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo le tradizioni degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?” (Mc 7,5). Questa era una delle prescrizioni del vasto e variopinto campionario di precetti stabiliti con inesauribile cavillosità e con forte tasso di fiscalità: 248 comandi e 365 divieti! Gesù, smascherata la deviazione farisaica, va subito al dunque con un insegnamento positivo e fornisce un elenco di dodici prodotti deteriori (sei al singolare e sei al plurale) che escono dal cuore: “Dal cuore dell’uomo escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.” Gesù dunque lancia il programma di un’ecologia per nostro cuore che a Lui assomiglia un po’ come a una fabbrica che può produrre però anche altre cose, ma belle. E le cose belle non hanno un numero chiuso. E, infatti Gesù non le elenca. Ci può essere un catalogo dei vizi ma le cose buone pulite non possono essere classificate una volta per tutte.

Come ci insegna Gesù è necessario l’allacciamento diretto tra cuore e comportamenti esteriori. Senza un cuore disinquinato, non si possono avere mani pulite, tutt’al più solo igienicamente sterilizzate. Altrimenti si finisce nell’ipocrisia. E il fariseismo non è morto con l’ultimo dei farisei. Inoltre, la forma più sottile di ipocrisia è pensare che farisei siano  solo e sempre gli altri.

Gesù smonta il ritualismo, il formalismo, il moralismo, tutti “ismi” che vanno eliminati, ma senza far sparire la legge di Cristo. Occorre distinguere tra forme e sostanza, ma quando mancano sia la sostanza che le forme? Gesù che riporta tutto al “di dentro” dell’uomo, ossia al cuore, rettifica e illumina senza disprezzare la legge. Certo bisogna dare un posto di primo piano alla propria coscienza, appellarsi ad essa per le scelte da fare. E’ necessario però stare attenti perché spesso la coscienza non è una sorgente incontaminata, anch’essa può corrompersi. Dovrebbe essere spesso essere sottoposta a controlli e verifiche con il proprio confessore o padre spirituale. La legge non va assolutizzata. Ma in certi casi considerare la propria coscienza come un assoluto è solo un alibi per non fare il proprio dovere. Inoltre, si agisce secondo coscienza quando ci si lascia portare dal cuore come fosse un telecomando, con la liquidazione dell’ “io proprietario”. Altrimenti il cuore non è più sotto la luce di Dio ma è “un cuore lontano” da Lui. “Cuore lontano” sono parole di Isaia riportate da Gesù. Auguriamoci che non siano la fotografia del nostro cuore.

Le regole sono il vestito dell’amore che è il criterio che le rende genuine e dona trasparente coerenza alla nostra vita spirituale. Dovremmo porci spesso due domande per evitare lo scoglio del formalismo: che cosa regala la Parola di Dio alla mia vita? E che cosa regala la mia vita alla Parola di Dio oggi?
Siamo nella grande novena in preparazione alla Solennità, a noi così cara, della natività di Maria. Guardiamo a lei, la donna del cuore che custodisce, conserva e medita nel cuore  “conferens in corde suo”, annota Luca - le parole, gli eventi e i silenzi di Dio.

domenica 19 agosto 2012

SOLENNITA’ DI SAN BERNARDO TOLOMEI (Vigilia)

“Tibi silentium laus” – “per te il silenzio è lode”. Mi sembra  che il secondo versetto del Sal 65 nella versione ebraica possa fare da filo rosso per una breve riflessione nel ricordo di San Bernardo Tolomei.

La figura del nostro Fondatore ci ripresenta ogni anno una lista di valori di pura marca benedettina, da lui vissuti al massimo grado come affermano concordi i nostri storici. Tra essi, brilla in modo particolare il suo amore al silenzio. Lui e i suoi monaci erano entrati nel solco classico dell’ascesi monastica: “in silentio maximi” e vivendo sine glossa il sesto capitolo della Regola di S. Benedetto: De taciturnitate.

Il silenzio fa paura a molti nostri contemporanei perché li obbliga a fare dei conti inquietanti con se stessi. Costringe ad ascoltare gli atti di accusa di una coscienza forse troppo disattesa. Sono assediati dal rumore, bombardati da parole e suoni di ogni tipo. Un’aggressione acustica. Come se si volesse mettere sotto anestesia le dimensioni più importanti della vita. E così si resta facilmente nella schiuma delle apparenze, si vive alla superficie di se stessi.

Naturalmente il silenzio non va confuso con il mutismo cronico e ostinato che è la deformazione del silenzio. Il silenzio può essere negativo se esprime egoismo, indifferenza, insensibilità, estraneità ai problemi e sofferenze dell’altro; un silenzio in cui ringhia il rancore, l’ostilità, il disprezzo. E’ quello che S. Gregorio Magno definisce come lo strepitus silentii… O, come si dice oggi con il linguaggio post-moderno, è il silenzio “nero”. Si può mancare al silenzio ma anche mancare con il silenzio.

Il nostro Fondatore aveva capito che il silenzio è il maestro dei maestri perché insegna senza parlare. Aveva capito che il silenzio è la componente essenziale per entrare in comunione profonda con Dio, è il grembo da cui nasce il nostro dialogo con Lui. Il silenzio è la casa dei ritorni: del ritorno a Dio, del ritorno verso la propria vera identità, del ritorno verso gli altri.

Tutta la nostra vita corre tra due grandi silenzi: il silenzio del grembo materno per nove mesi e il silenzio di quello che sarà l’abbraccio con Dio al momento della nostra morte. Il silenzio dunque ci ha segnato e ci segnerà.

Nel silenzio non si cerca qualcosa, magari solo sensazioni emotive legate all’istante, ma si cerca il Tutto che è Dio. Naturalmente non basta il silenzio esteriore: esso è solo la cornice, ma il quadro è il silenzio interiore. E’ importante essere nel silenzio più che fare silenzio. Spesso si dice che si deve custodire il silenzio, in realtà è il silenzio che ci custodisce. Un monaco abitato dal silenzio diventa - sono parole di Elisabetta della Trinità - “come una cetra che suona sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo”.
La nostra comunità monastica dovrebbe aiutare coloro che vengono in mezzo a noi a ritrovare la chiave perduta del silenzio, a riaccendere la nostalgia del silenzio che è nostalgia di Dio ma anche nostalgia del meglio di noi e della vita. Sì, gocce di silenzio sui nostri ospiti perché tornino poi a casa come se avessero ricevuto un dono. Perciò impegniamoci tutti a mettere in pratica quanto le Costituzioni (articolo V) e il Direttorio (nn. 57-60) ci indicano in merito. Facciamo in modo che questo luogo, come ai tempi del nostro Fondatore, sia sempre attraversato, come nella famosa esperienza di Elia sul Sinai, dalla “voce di un silenzio sottile” (I Re 19,12).

martedì 14 agosto 2012

SOLENNITA’ DELL’ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA (Vigilia)

Un anticipo di Paradiso.

La celebrazione liturgica della Solennità dell’Assunzione delle Madre del Signore ci invita a guardare a questo dogma mariano nel quadro globale della storia della salvezza  - c’è in lei il pieno compimento del mistero pasquale di Cristo - e come una realtà che ci riguarda da vicino. Non è solo un fatto personale di Maria ma ne siamo tutti coinvolti. Non è una verità mariana isolata ma è anche una verità circa il nostro futuro finale: lei è già ciò che tutta la Chiesa sarà. Qui possiamo cogliere un aspetto della maternità di Maria verso di noi: lei ci genera alla speranza della vita eterna, prospettiva che ci riconduce all’essenziale, ci da orientamenti precisi, ci evita di essere schiacciati sul presente.

Maria non è emigrata in cielo: è rimpatriata. Ci ha aperto la strada. Lei è già sulla riva dell’eternità. Arrivata prima, aspetta ognuno di noi per l’abbraccio con Dio. La processione di cui facciamo parte è iniziata. Come credenti, noi abbiamo il cielo incorporato.

Domani, all’interno della liturgia della Parola, il Vangelo - Lc 1,39-56 - ci trasmetterà il noto episodio della visita di Maria a S. Elisabetta, l’incontro tra il Nuovo e il Vecchio Testamento. Come un ostensorio che cammina, la Madonna già porta Gesù per le strade del mondo. Qui noi possiamo cogliere l’immagine di ogni credente: “portare Verbum”( Origene), portare la Parola, missione di ogni battezzato. “Benedetta tu”: è la prima parola che risuona nel dialogo  tra Maria e Elisabetta. Forse dovremmo custodirla come un tesoro e farla nostra. E’ la nota giusta per le nostre relazioni interpersonali. Cioè benedire, dire bene, cercare le parole più buone; dire all’altro: tu sei una benedizione di Dio per me, tu sei un dono di Dio per me, farlo sentire come tale. Altrimenti i nostri rapporti interpersonali saranno solo una ginnastica relazionale.

La stessa pagina evangelica ci srotolerà nel cuore il celebre canto di Maria, caratterizzato da gioia, stupore e gratitudine - Il Magnificat -  con il quale la Chiesa, nella Liturgia delle Ore chiude ogni giorno la celebrazione dei Vespri. Un mosaico di citazioni e riferimenti biblici, un alternarsi di emozioni delicate e di drammi storici. Un nuovo decalogo (ci sono come dieci “onde”!) non più prescrittivo di comportamenti verso Dio e i fratelli ma narrativo di un Dio che è per l’uomo. In nessun’altra pagina del Vangelo troviamo così tante parole dette da Maria che accoglie Dio per la grandezza che esso ha. Ognuno di noi riceve Dio nella misura in cui lo “magnifica”, cioè gli cede posto ( “più” posto!) nella sua vita e questo comporta rimpicciolire il proprio io, talvolta ingombrante.
Avere la fede di Maria che pone al centro non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.

venerdì 10 agosto 2012

FESTA DI SAN LORENZO MARTIRE

La liturgia di questa festa è come intessuta di fuoco e di stelle, di fiamme e di bagliori in cui emerge la dimensione più  coinvolgente di chi vuole essere discepolo del Signore crocifisso e risorto, così come Lui ci ha appena indicato nel Vangelo ora proclamato.

“In verità, in verità vi dico…”  (Gv 12,24).  Tutti sappiamo che questa ripetizione nel linguaggio biblico equivale al nostro superlativo assoluto. Quindi si tratta di una importante affermazione di Gesù.  Immediata ed esplicita. E’ sicuramente autobiografica perché Lui sarà il vero seme che dona la vita per la nostra salvezza, ma chiunque vuole essere suo discepolo deve fare lo stesso percorso e indirizzarsi alla medesima scelta. Così ha fatto anche San Lorenzo.

“Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se muore produce molto frutto” (Gv 12,24). E’ una legge della natura ma è anche una regola di vita per il cristiano. La parola centrale non è morire, ma molto frutto. Lo sguardo è sulla fecondità. Vivere è dare vita e ci sono molti modi per farlo. Dare la vita è ciò che fa intense e generose le nostre giornate. Le occasioni non mancano, si affacciano continuamente. Basta volerle incontrare. Non dare è già morire. L’amore nel Vangelo è un verbo: dare. Tutto ciò che non viene donato va perduto. L’amore non dice mai: basta ma dice: tutto. Per questo ognuno di noi deve sentirsi impegnato, con i gesti del servizio, a farsi chicco di grano seminato nel quotidiano monastico convertendo in seme ogni sua ora, nella terra della nostra comunità.

E’ il segreto della felicità del monaco. Almeno idealmente, sulla tomba di ognuno di noi si dovrebbe leggere: “Ha creduto all’amore”.